E’ vero che prima della partita vi accordaste per scambiarvi la maglia ma, in seguito alla sconfitta, Maradona scappò infuriato negli spogliatoi?
“Sì, finita la partita partita gli chiesi la maglietta e mi disse di no, ricordo che andò subito via tramite il sottopassaggio che portava negli spogliatoi. Devo ammettere che eventi simili non mi erano mai capitati prima, normalmente, infatti, quando l’arbitro fischia la fine, tutte le varie polemiche si annullano con una semplice stretta di mano, seguito poi dallo scambio di maglia. Lui è stato l’unico che si è rifiutato, questo sicuramente non va a suo vantaggio perché un grande giocatore deve sapere anche perdere, non solo gioire quando vince”.
Inoltre, Maradona, l’ha più volte soprannominata “Killer”
“Lui cercò di giustificarsi in diversi modi. Sai, quando uno fallisce cerca sempre delle scuse come, ad esempio, il fatto che io lo avessi picchiato. Riguardando la partita si capisce che non è andata come lui testimonia e poi, se vogliamo essere precisi, tra i due, è stato lui ad essere espulso nel corso di quel Mondiale, dando anche un calcio nello stomaco ad un avversario durante Argentina – Brasile, quindi non era il tipo che poteva fare la paternale a qualcuno, sarebbe dovuto stare zitto e avrebbe conquistato sicuramente più rispetto. Invece, reagendo come ha fatto, è finito tra le critiche.”
Scambio di maglia che però è avvenuto con Zico, giusto?
“Sì, mi diede quella del secondo tempo mentre, quella del primo parziale, che era quella strappata, l’ha tenuta lui. Zico è un campione, è una grande persona, non ha mai parlato male di me, siamo anche molto amici, tant’è che quando vado in Brasile vado a trovarlo. Quando invece è venuto lui in Italia abbiamo fatto Ballando con le Stelle, lui ballava la samba ed io ballavo il tango, c’è un grande rapporto tra di noi. Poco tempo fa ci siamo scambiati i vari auguri per l’emergenza Coronavirus. E’ un altro personaggio, un altro campione rispetto a Maradona, Zico sa che nella vita si può anche perdere e che l’avversario va a prescindere rispettato.”
Come si vedrebbe nel calcio di oggi?
“Beh… diciamo che con gli attaccanti che ci sono in questo momento sarebbe più facile. Nella mia carriera ho marcato tutti i più forti giocatori che, sopratutto, erano giocatori. Oggi, invece, questo avviene un po’ meno, ci sono massimo tre calciatori davvero forti, il resto non proprio. Ai miei tempi si incontra il Cagliari di Boninsegna, la Sampdoria di Maraschi, e potrei andare avanti all’infinito, erano tutti di grande spessore, costantemente presenti nella classica marcatori. Diciamo che per me oggi sarebbe più facile, anche perchè non si marca più.”
Tornando al Mondiale, invece, dopo Maradona e Zico, avendo ricevuto una squalifica per somma di ammonizioni che le ha impedito di disputare la semifinale, è tornato in campo in finale contro la Germania. Come ha vissuto la vigilia di quella partita?
“Non voglio essere presuntuoso, ma dopo aver battuto Argentina, Brasile e Polonia, avevamo buone sensazioni, in fondo sapevamo che quel Mondiale lo avremmo vinto noi. Certamente poi bisognava fare i conti con il campo, in quella finale abbiamo sbagliato un rigore nel primo tempo con Cabrini, poi nella ripresa segnato tre goal subendone solo uno: con quella partita abbiamo dimostrato a tutti di meritare sotto ogni punto di vista quella Coppa.”
Qual è la prima cosa che ha pensato quando l’arbitro ha fischiato la fine di quella partita?
“Non ho pensato a nulla, ero intontito, anzi, lo eravamo tutti. Ci siamo guardati come per dire: “Ma sarà vero o stiamo sognando?”, ci toccavamo per vedere se fossimo vivi oppure no (ride; ndr). Poi c’è stato anche il discorso di Pertini che ci ha trasmesso ancora più entusiasmo. Per un calciatore, vincere un Mondiale, è tutto, è il massimo a cui si può ambire perché si rimane nella storia.”
Nel suo libro scrive che durante il ritiro con la Nazionale era spesso cercato dai compagni per fare qualche scherzo. Ne ricorda uno in particolare?
“Quando eravamo in ritiro ne facevamo di tutti i colori (ride; ndr). Buttavamo l’acqua addosso a qualcuno che passava, oppure allacciavamo i lacci delle scarpe con nodi impossibili da sciogliere facendo arrivare i compagni in ritardo agli allenamenti (ride; ndr). Sono quelle cose che fanno parte di un gruppo, ci vedevamo una volta al mese e cercavamo in tutti i modi di vivere quei momenti in allegria.”
Chi era la vittima preferita quando bisognava fare uno scherzo?
“Non ne avevamo uno in particolare, devo ammettere, però, che Graziani era uno di quelli che era spesso subiva scherzi (ride; ndr). Era un modo per creare unione e stima, darsi importanza l’un l’altro è risultato poi fondamentale. Facendo così abbiamo sempre trovato grandi motivazioni.”
Come vede invece la Nazionale di Roberto Mancini?
“La qualificazione agli Europei era sicura, non c’erano problemi. La solidità di questa squadra si vedrà quando affronterà Nazionali di spessore, ma fino a quando si affrontano squadre di “Serie B” non vedi il vero valore. Bisognerà aspettare di scendere in campo con le principali candidate alla vittoria degli Europei.”
Crede che Mancini sia l’uomo giusto?
“Mancini è un allenatore, così come ce ne sono stati tanti altri, non esiste un allenatore specifico. Se ha fatto questa scelta significa che si ritiene all’altezza di fare bene, come del resto cercano di fare tutti i mister. Il campo, però, a volte da verdetti crudeli, spesso difficili da digerire.”
Mancini, tra l’altro, quando era ancora calciatore, durante un ritiro della Nazionale italiana a New York, uscì di notte dall’albergo con lei e Tardelli. Cosa successe esattamente?
“Lui era molto giovane, mentre io e Marco eravamo ‘anziani’ in quella squadra. Decidemmo di uscire, con il consenso di Bearzot, e ci portammo con noi Mancini, senza però avvisare il mister del fatto che ci fosse anche lui. Successivamente abbiamo saputo che c’era tutta la squadra che lo stava cercando senza però trovarlo (ride; ndr) e, una volta tornati, alle 1 di notte circa, ci siamo trovati davanti ad un arrabbiatissimo Bearzot. Se gli avessimo detto che Mancini sarebbe venuto con noi non avrebbe detto nulla, ma non ci abbiamo pensato. Erano preoccupatissimi perché non riuscivano a contattarlo e non sapevano dove fosse. Non ci hanno multato o messo ‘in punizione’, quello di Bearzot fu come un richiamo di un padre.”
“Champions? Coppa stregata, Boniperti chiamò un mago…”
Oltre che ad una gran carriera in Nazionale, ha militato per 11 anni alla Juventus. Nel libro racconta che il suo più grande rammarico è non aver vinto la tanto ambita Coppa dei Campioni. E’ vero che Boniperti prima della finale contro l’Amburgo chiamò un mago per chiedergli consigli?
“Sì, il Presidente prese questa scelta. Andammo da un signore di Torino che ci disse: “Se non prendete goal nei primi dieci minuti vincete la Coppa.” Successivamente, in partita, prendemmo goal al nono minuto, ricordo che ci girammo tutti verso il tabellone e quando lessi ‘minuto 9’ dissi: “Ca**o”. Non ci condizionò molto, però un po’ influì. In quei 90 minuti dominammo dall’inizio alla fine, Bettega prese un palo e non venne fischiato un rigore clamoroso su Platini, a quel punto capimmo che forse era davvero una partita stregata. Lo stadio era tutto bianconero, ci saranno stati cento tedeschi, non di più, perchè nemmeno loro credevano di poter vincere contro di noi visti i risultati di quella stagione. L’Amburgo non aveva dato grandi sensazioni, a tal punto che chiunque ci dava per favoriti ma, come detto in precedenza, a volte il campo emana verdetti crudeli.”
Come vi venne spiegata la storia del mago? Cosa vi disse Boniperti?
“Ci invitò in un posto, poi venne fuori questo mago che disse appunto quella frase: “Se non prendete goal nei primi 10 minuti avete vinto”. Dieci minuti su novanta non sono tanti, però quando vedi che al 9′ hai subito goal qualche pensiero lo fai. Poi, certamente, sei in partita e continui ad essere concentrato, ma se dopo aver dominato, aver preso un palo e lottato fino all’ultimo, la palla continua a non entrare, qualche dubbio su quella specie di profezia viene.”
Nel suo libro, parlando della Juventus, scrive: “Quando si va in campo nessuno si tira indietro, ma in campionato difficilmente perdiamo, in Europa facciamo spesso scena muta o quasi.” Problematica, questa, che tutt’ora colpisce i bianconeri, i quali faticano spesso a portare a casa risultati in Champions League, come mai secondo lei?
“Sinceramente non saprei dare spiegazioni, ai tempi non è che avessimo una squadra senza qualità, anzi, eravamo davvero forti ma, o per un evento, o per un qualsiasi altro episodio, non riuscivamo mai a raggiungere l’obiettivo. Con la Juve, in ambito internazionale, ho vinto la Coppa Uefa e la Coppa delle Coppe, mancava solo la Coppa dei Campioni per coronare il tutto, purtroppo così non è stato. Ancora oggi, pur avendo dei grandissimi calciatori, così come c’erano quando giocavo io, non si riesce a vincerla. In molti ci siamo chiesti spiegazioni, ma non ne abbiamo mai trovate, questa squadra ha sempre lottato duramente per conquistare la Champions, due volte ha vinto, ma ci sono stati tantissimi tentativi. Se ci fossero sempre stati giocatori con poche qualità avrei tranquillamente capito, ma siamo sempre stati la squadra più forte con calciatori di talento che hanno vinto anche il Mondiale. E’ come se fosse una competizione stregata, a volte la vita è così.”
E’ vero che la società controllava la vita privata dei calciatori prima di acquistarli per verificare se fossero in “Stile Juve”?
“Per quanto riguarda me il Presidente Boniperti chiamò il Presidente di una banca di Como, che era una persona molto importante, chiedendo informazioni sulla mia famiglia per conoscere il mio passato. Questo mi fu detto dopo che smisi di giocare. Non saprei dire se lo avesse fatto anche con altre persone, ma con me si (ride; ndr).”
Come ricorda l’Avvocato Agnelli?
“Quando andavamo in ritiro a Villar Perosa, l’Avvocato arrivava in elicottero per la partita di Ferragosto con personaggi di un certo livello. Noi calciatori ci mettevamo sempre in cerchio, mentre lui si metteva al centro di esso per parlare. La prima volta in cui lo vidi, ricordo che per l’imbarazzo mi nascosi dietro a Morini e Zoff, che erano abbastanza alti, per non farmi vedere e, ad un certo punto, l’Avvocato disse: “Ma dov’è quel libico che abbiamo comprato?”. In quel momento Zoff e Morini si spostarono facendomelo trovare di fronte, prima di quella volta lo avevo visto solo sui giornali o in televisione, ero molto emozionato. Fortunatamente lui, capendo la situazione, fece finta di niente e andò avanti con il discorso. Non capivo come uno come lui chiedesse di me, non avevo nemmeno vent’anni. Ero davvero emozionato.”
“A Sarri serve tempo, deve fare meglio di Allegri. Dybala il nuovo Del Piero? Penso di sì…”
Come vede la Juventus di oggi?
“Per quanto riguarda il campionato la considero sempre come la migliore. Quando si cambia un allenatore si cambiano i moduli, la mentalità e le impostazioni, quindi non bisogna dare subito verdetti. Sarri è un allenatore con un buonissimo trascorso, ha sempre fatto giocare bene le proprie squadre, ovviamente bisognerà dargli un po’ di tempo, ma credo che una persona non arrivi mai a certi risultati per caso, lui ha vinto l’Europa League con il Chelsea, quindi qualcosa deve per forza avere, inoltre se la Juventus ha deciso di puntare su di lui significa che aveva tutte le credenziali per sedersi su quella panchina.”
Se fosse stato lei a decidere, avrebbe tenuto Allegri o avrebbe chiamato Sarri?
“Di Allegri ho sempre parlato bene, ha dominato per 5 anni in Italia arrivando, inoltre, due volte in finale di Champions League, perdendole, senza sembrare quello che vuole trovare una scusante, con episodi dubbi degli arbitri, soprattutto contro il Barcellona nel 2015. Sarri deve dimostrare che è migliore di lui, e questo lo diranno solo i risultati, quello che conta nella Juventus è il risultato, non se giochi bene: l’importante è vincere. Questa filosofia societaria, dal primo giorno in cui vieni accolto, ti viene inculcata e, infatti, riescono a dominare per parecchi anni, tralasciando quella piccola parentesi in Serie B, dove tra l’altro avrei dovuto allenarla io.”
La scorsa estate Dybala è stato più volte vicino alla cessione, alla fine però è rimasto dimostrando di essere perfetto per il gioco di Sarri. Crede che l’argentino possa diventare la nuova bandiera di questa Juventus? Il nuovo Alessandro Del Piero?
“Io penso di sì. Negli ultimi due anni non aveva fatto benissimo, era molto incostante, qualcuno addirittura pensava che si fosse montato la testa, ma dal momento in cui è stato messo in panchina e, in seguito, in vendita, ha capito che doveva attuare un altro tipo di comportamento, sia in campo che fuori. Ad oggi è un giocatore molto importante per la squadra e sono convinto che darà parecchie soddisfazioni ai tifosi bianconeri, mi auguro che possano vincere la Champions League, ma per quella ci vuole anche fortuna.”
“Trapattoni grande maestro, Cassano il più grande talento sprecato…”
Parlando invece della sua carriera da mister, ha vestito inizialmente prima il ruolo di vice nell’U20, diventandone poi primo allenatore, e in seguito ha affiancato Trapattoni alla guida della Nazionale. Com’è stato lavorare con lui dopo essere stato suo giocatore?
“Con Trapattoni, da calciatore, ho giocato i miei anni migliori: ero terzino destro e dopo gli allenamenti mi fermavo con lui ad allenarmi a crossare di sinistro, cambiando poi fascia fino a quando arrivò Cabrini, in seguito tornai a destra. Per un anno, visto che smise Morini, ho fatto anche lo stopper, inoltre sono stato impiegando anche come mediano e ala destra. Lavorare con il Trap in Nazionale è stato bello, mi conosceva bene e mi ha voluto con lui, da quel momento ho cominciato a capire come un allenatore dovesse comportarsi nei confronti di un gruppo di 25 giocatori, per me è stato un maestro. Successivamente i suoi insegnamenti gli ho utilizzati sulla panchina dell’U21, avere un allenatore così importante come esempio è stato fondamentale.”
Nell’U21 ha avuto in rosa diversi calciatori che poi, nel 2006, sono diventati Campioni del Mondo, come, per citarne alcuni, Pirlo, De Rossi e Gilardino.
“Sì, 7 giocatori che erano con me in quell’U21 sono diventati Campioni del Mondo due anni più tardi, cosa che non era mai successa. Quindi credo di aver lavorato bene, perché il compito di colui che guida i giovani è farli crescere per poi passargli alla Nazionale maggiore, più di così non credo potessi fare. Eppure non è stato sufficiente per motivi evidentemente non tecnici. Il fatto di dare valore alla meritocrazia e non alle raccomandazioni credo sia sempre la soluzione migliore, nonostante ciò, però, mi hanno eliminato da quella squadra.”
Nel libro parla anche di Cassano, definendolo come il talento italiano più grande sprecato, cosa pensa a riguardo?
“I risultati mi dicono che ho avuto ragione, anche perché ha avuto la possibilità di giocare in grandissimi club, sia italiani che stranieri. Aveva delle potenzialità incredibili, in Nazionale dovevo chiudere un occhio ogni tanto perché aveva un comportamento un po’ particolare. In seguito, visti certi eventi, scelsi di non chiamarlo più preferendo giocatori meno bravi ma che facessero gruppo, piuttosto che il contrario. Se non entri nel contesto della squadra, pensando da solo di risolvere le cose, è meglio fare una scelta per la squadra, per il gruppo. Avere quest’ultimo, a volte, conta più che avere dei fenomeni.”
“Potevo allenare la Juve, la FIGC mi fece un gran torto: forse davo fastidio…”
La Juventus, nel 2006, le offrì la panchina in Serie B, come andò esattamente la vicenda?
“Mi chiamò Boniperti offrendomi il posto da allenatore, la Juve era appena stata retrocessa in Serie B ma non mi interessava: quella è la mia squadra, sono i miei colori. Sarei andato subito, ma prima di accettare, però, per una questione di correttezza verso la Federazione che mi aveva dato l’opportunità di mettermi in gioco come allenatore, chiamai i federali, che erano in Germania per assistere al Mondiale, per chiedere loro se avessero intenzione di tenermi sulla panchina dell’U21. Mi venne detto che non c’erano problemi, che volevano puntare nuovamente su di me e che una volta tornati avrebbero confermato il tutto. Dopo queste parole chiamai nuovamente Boniperti dicendogli: “Guardi Presidente, io sarei davvero venuto volentieri ad allenare la Juventus, ma lei mi ha insegnato ad essere onesto e corretto, ora devo comportarmi così anche se vado contro alla mia squadra del cuore.
“Boniperti capì senza problemi, alla fine ero semplicemente riconoscente all’U21 per la fiducia che anni prima mi venne data, così alla Juve andò Deschamps. Quando però tornarono dal Mondiale del 2006, il commissario della Federazione, nonchè il Sig. Rossi, alla conferenza stampa di presentazione del nuovo CT della Nazionale, che, tra l’altro, a detta di tutti, avrei dovuto essere io, affidò l’incarico a Roberto Donadoni. A quel punto un giornalista chiese quale fosse il mio futuro e Rossi rispose che sarei rimasto alla guida dell’U21, cosa che mi andava bene, ero felice. A due giorni da quella conferenza mi chiamò lui stesso dicendomi che ci avevano ripensato e mi mandarono via. Mi ritrovai in una situazione bruttissima, avevo appena rifiutato la mia Juve per restare lì e loro mi avevano confermato. Non capisco perché dirmi sì e poi cambiare idea. Forse davo molto fastidio e hanno cercato di eliminarmi.”
E come mai non la confermarono?
“Non me lo hanno mai saputo dire. Inoltre con l’U21, vincendo la medaglia Olimpica che mancava dal 1937, dove in panchina c’era Pozzo, non mi hanno mai nemmeno dato il premio senza mai spiegarmi nulla, non sapevo a chi rivolgermi: mi spettavano 60 mila euro e non me gli hanno dati, ad oggi non so il motivo. Mi hanno mandato via dopo che ho vinto, ma chi lo avrebbe fatto? Chi avrebbe mai mandato via un mister dopo che ha vinto un Europeo e una medaglia di bronzo alle Olimpiadi? Medaglia che ripeto non arrivava dal 1937, dopo che ci avevano provato tutti gli allenatori blasonati come Bearzot, Vicini, Maldini, Tardelli e tanti altri. Con questo non voglio dire che porti stima nei loro confronti, assolutamente no, però non ci sono riusciti, quindi effettivamente era un risultato difficile da raggiungere, soprattutto con le vecchie regole dove l’Europeo veniva giocato a giugno e le Olimpiadi ad agosto dello stesso anno. Oggi è diverso, c’è la possibilità di giocare l’Europeo negli anni dispari e le Olimpiadi in quelli pari. In Italia e in Federazione, però, succede anche questo, se non abbassi la testa e non fai come ti dicono ti buttano fuori.”
Da quel momento non ha più ricevuto proposte in Italia?
“No, ma spiego anche il perché. Io non ho un procuratore e, nonostante quest’ultima sia una figura che rispetti molto, penso di essere capace di badare da solo ai miei interessi. Questo, ovviamente, non avendo qualcuno che ti propone ai club, ti mette in una condizione diversa rispetto ad altri allenatori. Non credo però che ci sia bisogno di essere proposti a qualcuno per essere bravi, basterebbe osservare i risultati. Mazzone, durante la stagione 1999/2000, parlò alla Gazzetta dello Sport dicendo: “In Italia ci sono allenatori e allenatori – accompagnatori”, come per dire che quest’ultimi, gli allenatori – accompagnatori, fossero una sorta di ‘allenatori burattini’ tirati per le file, che puoi manipolare come vuoi. Lo disse vent’anni fa e, ancora oggi, ci sono allenatori che non vincono e non portano a casa risultati, eppure sono sempre lì, come mai? Conta di più essere un bravo allenatore o il farsi gestire dagli altri? In Italia, e io ne sono la prova, i meriti non vengono premiati.”
In “E sono stato Gentile”, pubblicato nel 2016, scrive che le sarebbe piaciuto allenare la Libia.
“Quando vinsi il Mondiale, nel 1982, andai all’ambasciata libica a Roma, chiedendo di poter andare a visitare Tripoli, dove ancora oggi ho molti amici con i quali mi sento regolarmente. Quell’anno, però, Gheddafi, non concedendomi il visto, non mi fece entrare nella Nazione. Successivamente, nel 2012, ci ho riprovato, riuscendo in seguito ad andare in Libia per vedere dove fossi cresciuto. Quando arrivai mi chiesero di fare il CT della Nazionale Libica e anche se, con tutto il rispetto possibile, non è un ruolo prestigioso, pur di accontentare quelle persone avevo accettato. In seguito in Libia scoppiò nuovamente un gran casino e non si fece nulla.”
